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mercoledì 3 febbraio 2021

Fonduta - Fondue

Questa che vi illustro è la ricetta della fonduta alla Piemontese  preparata rigorosamente con il formaggio Fontina tipico della Valle d’Aosta.

La fonduta o fondue è uno dei piatti nazionali e tipici della Svizzera, radicato anche in Italia (Valle d'Aosta e Piemonte) e Francia (Savoia).
Pellegrino Artusi la definì cacimperio nel suo libro di cucina La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene. Un’altra testimonianza storica della ricetta si ha nel 1854 ad opera di Giovanni Vialardi, cuoco dei re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, che la pubblicò nel suo libro “trattato di cucina”.
La fonduta è un piatto particolarmente calorico da sempre consumato con la polenta, con crostini di pane, con verdure ecc.
Spesso viene utilizzata per farcire i vol  au vent.


LE IMMAGINI E I TESTI PUBBLICATI IN QUESTO SITO SONO DI PROPRIETA' DELL'AUTORE E SONO PROTETTI DALLA LEGGE SUL DIRITTO D'AUTORE N. 633/1941 E SUCCESSIVE MODIFICHE. COPYRIGHT © 2010-2050 TUTTI I DIRITTI RISERVATI A PIEMONTE IN BOCCA   DI MARIA ANTONIETTA GRASSI


Ingredienti:

1 etto di Fontina D.O.P. della Valle d’Aosta
200 ml di latte 
1 tuorlo d’uovo
3 cucchiai di Parmigiano Reggiano grattugiato
30 gr. di burro
1 cucchiaio di farina


Procedimento

Tagliate a dadini la fontina, metteteli in una ciotola e ricopriteli con  un po’ di latte. Lasciateli riposare per 3 ore.
Trascorso il tempo scolate i dadini di fontina ma non gettate il latte.
Mettete la farina in un pentolino, versate lentamente a filo il latte in cui era immersa la fontina,  mescolando per evitare la formazione di grumi.
Mescolate fino a quando avrete sciolto tutti i grumi e ottenuto una miscela liscia e omogenea,  aggiungete i dadini di fontina e ponete sul fuoco bassissimo rimestando continuamente.
Quando la fontina si sarà sciolta completamente unite  il tuorlo sbattuto, il burro, amalgamate bene poi unite anche il Parmigiano.
Continuate la cottura  ancora per 5 minuti sempre rimestando.
Lasciate raffreddare .

Potete preparala anche il giorno prima, in frigo si mantiene per 2 o tre giorni e potete anche surgelarla.

 

 

 

lunedì 20 aprile 2020

Trippa e fagioli – Tripa e faseuj


Ancora una gustosa  ricetta tipica del nostro Piemonte dove è cucinata e consumata da secoli ( ve ne è traccia già nel 1230).
Quella più rinomata è senz’altro la trippa di Moncalieri (in piemontese tripa 'd Muncalé)  che è un insaccato riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (P.A.T.) italiano. Viene prodotta in Piemonte, in particolare a Moncalieri.
Essa trae presumibilmente le sue origini dalle usanze galliche tra le quali vi era quella di preparare salsicce insaccando varie parti di stomaci. L'innovazione introdotta a Moncalieri fin dal Medioevo fu quella di comprimere la trippa in modo da ottenere un insaccato decisamente più consistente di una salsiccia ed assimilabile ad un salame. La documentazione storica pervenuta attesta come la sua produzione  fosse già nota nel 1400. La città di Moncalieri era sede di un importante foro boario nei pressi del quale venivano macellate grandi quantità di animali ed era quindi un luogo di elezione per la lavorazione e la trasformazione di carni e frattaglie.
Per le sue caratteristiche viene in genere consumata come antipasto dopo essere stata affettata o, più raramente, porzionata in cubetti. A volte viene condita con olio extravergine d'oliva, limone e pepe nero oppure aromatizzata con vari tipi di spezie. Può anche essere usata come base per la preparazione di piatti caldi.
La trippa è un alimento consumato da lungo tempo: i greci la cucinavano sulla brace, mentre i romani la utilizzavano per preparare salsicce. Oggi la trippa costituisce un alimento tradizionale di molte regioni d'Italia, non solo del Piemonte, ma in particolare della cucina veneta, romana, toscana e milanese, viene tagliata a strisce e quindi cotta in maniere diverse. Per lo più la trippa viene venduta già lavata e parzialmente cotta, e richiede poi un ulteriore tempo di cottura sia per acquistare la giusta morbidezza sia per potersi impregnare degli aromi che le conferiscono un sapore appetitoso.




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Ingredienti per 4 persone:

700 g  di trippa
300  g di fagioli bianchi di spagna o borlotti cotti ( o due scatole di fagioli)
2 patate non troppo grandi
200 g di passata di pomodoro
½ bicchiere di vino bianco
½ litro di brodo vegetale o di acqua di cottura dei fagioli
1 gambo di sedano
1 cipolla
1 carota
1 spicchio d’aglio
1 foglia d’alloro, di salvia e 1 rametto di rosmarino
Sale q.b.
Pepe q.b. (facoltativo)
4 cucchiai d’olio extravergine d’oliva  o, se preferite, 40 g di burro

Procedimento
Lavate la trippa , asciugatela  e tagliatela a striscioline di circa 5 cm o a losanghe.
In una casseruola  (possibilmente di coccio) scaldate 4 cucchiai di olio e fate soffriggere delicatamente   gli ortaggi  e l’aglio tritati per qualche minuto, unite anche il trito di erbe aromatiche.
Aggiungete la trippa tagliata e lasciate insaporire il tutto per 5 minuti a fuoco medio.
Bagnate con il vino e fatelo evaporare a fuoco vivo.
Unite la conserva,  e un bicchiere brodo vegetale caldo. Mescolate bene, abbassare la fiamma e fate cuocere a pentola coperta per circa un'ora.
Trascorso il tempo aggiungete le patate tagliate a tocchetti, il rimanente brodo e continuate la cottura per 30 minuti (se fosse troppo asciutta aggiungete ancora del brodo caldo).
Aggiungete i fagioli cotti e proseguite ancora la cottura per 10 minuti.
Servite ben caldo con una spolverata di pepe (facoltativo) e con fette di pane abbrustolite.







mercoledì 29 gennaio 2020

Friciula

Antica ricetta tipica dell’astigiano. Si tratta, in pratica, di una sorta di focaccia fragrante e sottile,  fritta e servita con salumi, lardo o gorgonzola fusa. Semplice e veloce da preparare ideale ai nostri giorni come finger food  o da consumare con l’aperitivo o come antipasto.Questa è stata servita con il Prosciutto Crudo di Cuneo  che è, nel suo genere, l’unico prodotto piemontese ad essersi meritato la D.O.P. e vanta la filiera produttiva più corta d’Italia (di soli 60 km), completamente a ciclo chiuso



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Ingredienti per 4 persone:

300 gr di farina per panificazione
15 gr di lievito di birra
150 gr di acqua
3 etti di prosciutto crudo di Cuneo D.O.P.
Olio extravergine d’oliva q.b.
Mezzo cucchiaio di sale

Procedimento

Sciogliete il lievito in un po’ di acqua tiepida e lasciatelo riposare dieci minuti.
In una ciotola setacciate la farina e versate la centro il lievito sciolto. Iniziate a lavorare gli ingredienti dal bordo verso il centro e unite, poco alla volta, l’acqua rimanente. Togliete l’impasto dalla ciotola e mettetelo su di una spianatoia infarinata, allargatelo un po’ e versate tre cucchiai d’olio e il sale. Riprendete ad impastare fino ad ottenere un composto morbido ed elastico simile a quello della pizza. Saranno necessari circa dieci- quindici minuti. Rimettete l’impasto nella ciotola, copritela con un telo inumidito e fatelo lievitare fino al raddoppio del volume (circa 2 ore).
Trascorso il tempo riprendere l’impasto e stendetelo, delicatamente, fino ad ottenere una sfoglia di circa mezzo centimetro. Ritagliate delle fette rettangolari o delle losanghe (tipo le bugie di carnevale).
Scaldate abbondane olio in una padella, e, quando avrà raggiunto la temperatura giusta (180°C),  friggete le friciule, poche  alla volta, da ambo i lati.
Scolatele, mettetele su della carta da cucina per eliminare l’unto in eccesso, disponete il  prosciutto crudo su di ognuna e servite.



Consiglio: Per sapere se la temperatura dell’olio è ottimale, immergete un pezzetto d’impasto, se sfrigola, ha la giusta temperatura.

martedì 9 gennaio 2018

Batsoà

I batsoà (bastuà) sono un’antichissima ricetta piemontese, risalente addirittura al 1700, che deriva il proprio nome dalla dialettizzazione del termine francese “bas de soie” (calze di seta). Il nome esprime perfettamente la delicatezza e la tenerezza di questo cibo.
Nella cultura contadina, tradizionalmente, erano preparati il giorno dell’uccisione del maiale, tra novembre e febbraio.
Non richiedono una preparazione laboriosa ma una lunga cottura certamente sì, ma, credetemi, ne vale la pena.
Con pochi euro (uno zampino di maiale costa circa 1 euro e 50) mangerete una vera bontà.



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Ingredienti per quattro persone:
2 zampini di maiale
1 bicchiere di vino moscato o altro vino bianco dolce
½ bicchiere d’aceto bianco
1 carota
1 cipolla
1 costa di sedano
2 foglie d’alloro
1 uovo
Farina q.b.
Farina di mais per impanature o pangrattato  q.b.
Burro q.b.
Sale q.b.

Procedimento

Di solito gli zampini di maiale sono venduti già tagliati a metà, altrimenti fateveli tagliare. Passateli  sulla fiamma viva per eliminare eventuali setole (di solito sono già ben puliti), sciacquateli velocemente, metteteli in una pentola capiente, ricopriteli abbondantemente d’acqua, metteteli sul fuoco e schiumateli appena l’acqua prende bollore. Lasciate cuocere per un’ora poi toglieteli dalla fiamma e gettate via l’acqua, rimettete dell’altra acqua nella pentola insieme agli zampini e aggiungete la carota, il sedano, la cipolla, le foglie d’alloro e il sale. Fate cuocere ancora per circa un’ora e mezza. Gli zampini dovranno essere molto morbidi. Toglieteli dal loro brodo e appena si saranno intiepiditi disossateli.
Poneteli in una ciotola. Mettete il vino e l’aceto in un pentolino e portatelo a bollore. Dopo un minuto versatelo sugli zampini nella ciotola. Durante la prima ora rigirateli spesso, poi metteteli in frigo per 24 ore.



Trascorse le 24 ore toglieteli dalla gelatina che nel frattempo si sarà formata (aiutatevi scaldando tutto leggermente), asciugateli bene con della carta da cucina e tagliateli a pezzi
In un piatto fondo sbattete l’uovo con un po’ di sale. Infarinate i batsoà, eliminate l’eccesso, passateli nell’uovo sbattuto e nella farina di mais.

sabato 18 novembre 2017

La Tartrà

La Tartrà è un budino salato dell’antica cucina piemontese. Gli storici  affermano che sia nato,  come tante altre ricette piemontesi, dall’incontro delle nostre abitudini alimentari e quelle dei Saraceni  che provenivano dalla  penisola Araba. All’epoca erano tra i popoli più civili e colti ma  volevano conquistarci e, passando per la Francia, occuparono parti del Piemonte tra il X e l’XI secolo. In questo lungo viaggio portarono con loro anche le piantine degli aromi che utilizzavano per cucinare, come il rosmarino che è un ingrediente fondamentale per questa ricetta.
Ancora oggi molti comuni piemontesi nei loro nomi ricordano l’importanza avuta dai Mori come Moretta, Picco Moro, Frassineto dei Saraceni, Torre dei Mori.
Anche il nome dialettale di alcuni utensili sono di inequivocabile origine araba come ramassa per scopa e masòjra per falcetto.
I Mori inserirono anche molte colture nelle nostre campagne, come le prugne (armassin) le albicocche (armognan),  il grano saraceno e il gelso (morone) che permise lo sviluppo dell’allevamento dei bachi da seta, essendo il loro  cibo fondamentale,  e l’arte di creare questo prezioso tessuto.
La Tartrà si serve con contorni vari, qui la presento con i peperoni di Carmagnola, altra eccellenza piemontese.




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Ingredienti per 4 persone



Per la Tartrà
Mezzo litro di latte
200 ml di panna
4 uova
3 cucchiai di Parmigiano Reggiano grattugiato
1 cipolla bianca
Salvia, rosmarino, alloro, timo q.b
50 gr di burro
Sale e pepe q.b.

Per la salsa e il contorno
2 peperoni rossi varietà Quadrato di Carmagnola
2 peperoni gialli varietà Quadrato di Carmagnola
50 gr di pasta d’acciughe
½ bicchiere d’acqua
1 mazzetto di prezzemolo
1 cucchiaio di capperi sottaceto
1 spicchio d’aglio
1 cucchiaio d’aceto di vino bianco o dia ceto di mele
Olio extravergine d’oliva q.b.

Procedimento:
Tritare finemente tutti gli aromi.
Pulite e tritate la cipolla e fatela stufare con 30 gr di burro (deve imbiondire, state attenti a non farla bruciare).
In una ciotola mettete le uova, aggiungete il trito di aromi e mescolate, unite la cipolla stufata fredda, il Parmigiano Reggiano, sale e pepe.
Amalgamate poi versate il latte con la panna leggermente intiepiditi.
Fate sciogliere il rimanente burro e spennellate gli stampini, i miei sono a forma di ciambella con il buco al centro.

Versate il composto e metteteli in una pirofila da forno in cui avrete versato dell’acqua (che arrivi appena oltre la metà degli stampini) in modo da far cuocere a bagnomaria.Infornate a 180°C (forno già a temperatura e non ventilato) e fate cuocere per 30/40 minuti.Passato il tempo lasciate ancora gli stampini nel forno spento per 10 minuti, sfornate e fate intiepidire.
Nel frattempo preparate il contorno e la salsa.
Lavate il prezzemolo, sgrondatelo e tritatelo insieme ai capperi sgocciolati e all’aglio.
Mettete il trito in una ciotola e unite il cucchiaio d’aceto , un cucchiaio di pasta d’acciughe, l’olio e amalgamate fino ad ottenere una salsa morbida.
Lavate i peperoni, tagliateli a metà, eliminate i semi, i filamenti interni e suddivideteli in quadratini.


In una padella mettete 4 cucchiai d’olio , scaldateli poi aggiungete i peperoni, fateli dorare a fuoco medio per una decina di minuti poi unite la pasta d’acciughe rimasta, l’acqua e mescolate bene. Lasciate cuocere dolcemente ancora per 10 minuti poi  unite 3 cucchiai pieni della salsa di prezzemolo, uniformate e continuate la cottura per 3 minuti.
Non è necessario salare perché la pasta d’acciughe è molto sapida, ma, poiché la sapidità di un piatto è un gusto individuale, assaggiate e se è il caso, aggiungete un po’ di sale.
Prelevate circa un terzo dei peperoni, frullateli e aggiungete un cucchiaio di bagnetto verde.


Mettete un budino in ogni singolo piatto, riempite il centro con la salsa,   accostate i rimanenti peperoni intiepiditi e servite.
Accompagnate con la salsa rimanente servita a parte in una salsiera.




martedì 2 maggio 2017

Farinata piemontese - Farinà

Tutti conosciamo la farinata e la riconosciamo come una ricetta tipica ligure. Di fatto pochi sanno che la sua paternità è rivendicata anche dai Piemontesi.
I Liguri sostengono di averla inventata 2000 anni fa a Genova, di fatto era un cibo dei legionari romani in stanza sia in Liguria che in Piemonte e in altre regioni, i quali mescolavano acqua e farina di ceci con cui realizzavano una sorta di schiacciata che facevano cuocere sui propri scudi. Di documentato però abbiamo solo  che in Piemonte, dall'alessandrino, all'astigiano fino al torinese è stata introdotta dai commerci tra Genova e la pianura Padana e viene chiamata bela cauda; molto diffusa soprattutto nella cucina dell'Oltregiogo, subregione della provincia di Alessandria legata culturalmente e, fino al 1859, amministrativamente, alla Liguria.
Che sia di origini Liguri, Piemontesi o Romane, poco importa, è comunque buonissima.

Qui vi do la ricetta classica, quella del contendere tra le due regioni.





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Ingredienti per 4 persone:

250 gr di farina di ceci
125 cl  d' olio d’oliva extravergine
750 cl di acqua
Sale e pepe nero q.b.

Procedimento

Formate una pastella amalgamando bene la farina di ceci con l’acqua. Per fare questa operazione utilizzate la frusta affinché non si formino dei grumi. Lasciate riposare per 4 ore. Trascorso questo tempo mettete l’olio nella teglia rotonda tipica della farinata e versatevi sopra il composto.

Preriscaldate il forno a 200°, mettetevi la teglia e lasciatela cuocere una mezz’oretta. O almeno fino a quando in superficie si formerà una crosticina dorata. Sfornate e cospargete di sale e pepe nero macinato al momento.

domenica 30 aprile 2017

Liquore Bicerin di giandujotto

Il Bicerin di gianduiotto è un liquore senza glutine cremoso a base di crema gianduia che appartiene alla tradizione torinese, tanto da essere considerato prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) della Regione Piemonte, da non confondere con il Bicerin   (pronunciato [bitʃeˈriŋ] in piemontese, letteralmente bicchierino) che è una storica bevanda calda e analcolica tipica di Torino fin dal 1700, evoluzione della settecentesca “bavareisa”gustosa bevanda servita in grandi bicchieri tondeggianti, composta da una mescolanza di caffè, cioccolato e crema di latte dolcificata con sciroppo.
Il rituale del bicerin prevedeva che i tre ingredienti fossero serviti separatamente. Inizialmente erano previste tre varianti: pur e fiòr (l'odierno cappuccino), pur e barba (caffè e cioccolato), un pòch ëd tut (ovvero un po' di tutto), con tutti e tre gli ingredienti miscelati. È stata quest'ultima formula ad avere più successo e a prevalere sulle altre. Una curiosità che è rara da leggere è che il tutto veniva accompagnato da dei "bagnati", dolcezze artigianali di ben 14 specie.
Al tempo la ricetta si basava su due prodotti, il caffè e il cacao, entrambi molto costosi da importare. Fu così che nel corso della seconda metà dell’800 si preferì eliminare tra gli ingredienti il caffè e tagliare il cacao con un frutto molto diffuso in Piemonte, le nocciole.
Questa rivisitazione del Bicerin ottenne subito l’apprezzamento da parte dell’aristocrazia torinese e presto acquistò grande fama. Non mancarono tra gli estimatori personaggi illustri che ne aumentarono la fama, come Alexandre Dumas e Camillo Benso di Cavour.
Nacque così il Bicerin di Giandujotto, ovvero si iniziò ad avviare la produzione di liquore artigianale a base di crema di gianduia, un vero cioccolatino sciolto nell’alcool. Da allora la ricetta è rimasta immutata e, dal 1930, è stata registrata da Nuove Distillerie Vincenzi, che ancora oggi ne detiene il marchio originale.
Ovviamente questa non è la ricetta delle Nuove Distillerie Vicenzi, ma una ricetta casalinga tramandata di generazione in generazione.



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Ingredienti

600 gr. gianduiotti (cioccolatino tipico piemontese a base di nocciole e cioccolato)
600 ml. di latte
400 ml. di panna
240 ml di alcool da liquori a 90°
2 tazzine di caffè

Procedimento
Scaldate il latte senza farlo bollire e scioglietevi i gianduiotti, aggiungete il caffè, la panna e mescolate bene ancora per qualche minuto, avendo cura di non far bollire.

venerdì 21 aprile 2017

Acciughe al verde - Anciove al verd

Ci fu un tempo, ormai ignoto ai più e da molti dimenticato, in cui gli abitanti delle valli alpine, nella brutta stagione, erano costretti ad abbandonare la loro casa per andare a cercare una fonte di guadagno altrove. Era un’emigrazione che sovente non puntava ad aumentare le ricchezze della famiglia, ma semplicemente a non gravare sul consumo delle magre risorse disponibili. Si partiva ancora bambini e ognuno s’ingegnava a trovare un lavoro, magari un mestiere peculiare; alcuni si affidavano alla forza fisica, altri all’ingegno e all’intraprendenza.
Gli acciugai (anchoiers in occitano, anciuè in piemontese, anciuat in lombardo) della Valle Maira …, a fine estate, terminati i lavori nei campi, scendevano al piano per vendere acciughe e pesce conservato. La merce da vendere la compravano in Liguria: non lavoravano il pesce, lo vendevano soltanto, girovagando in tutto il Piemonte, in Lombardia e persino in Veneto ed Emilia...
Sull’origine del fenomeno sono molte le ipotesi, destinate peraltro a rimanere tali. Le diverse notizie sul commercio delle acciughe e del pesce conservato sotto sale già in tempi remoti non danno risposta del come e del perché si partisse proprio dalla Valle Maira. Ci si deve accontentare di supposizioni, alcune apparentemente più realistiche e probabili, altre forse più fantasiose, ma ugualmente possibili. I più ritengono che tutto abbia avuto origine dal commercio del sale, sul quale gravavano alti dazi: qualche furbacchione pensò di riempire in parte una botte di sale ponendovi sopra, per occultarlo agli occhi dei gabellieri, uno strato di acciughe salate. Allo scoprire poi che la vendita di quelle acciughe procurava ugualmente un buon guadagno, si dedicò al nuovo commercio meno rischioso...
Da quel che si sa dai racconti dei vecchi, di solito partiva prima un capofamiglia, uno già esperto, che andava nei porti della Liguria a comprare la merce per poi portarla o spedirla in qualche città della pianura padana. Gli altri della famiglia, parenti o amici fidati, lo raggiungevano in quello che diveniva il loro campo base, punto di smistamento. Portavano con loro i caratteristici carretti, i caruss, leggeri ma resistenti, costruiti tutti in valle, a Tetti di Dronero, per lo più colorati d’azzurro.
Durante i mesi invernali, in attesa di tornare al lavoro dei campi, giravano di quartiere in quartiere, di paese in paese, di cascina in cascina, per strade inghiaiate o innevate, nelle piatte campagne o nelle valli alpine, sempre tirando o spingendo il loro caruss carico di pesce salato, alla ricerca di qualche acquirente. Anche trenta e più chilometri al giorno; e non sempre a sera si poteva tornare al magazzino con gli altri, si dormiva dove si trovava, magari offrendo in cambio qualche acciuga. Anche per i pasti ci si aggiustava, al risparmio, sovente buttando giù qualche acciuga sbattuta contro le aste del carretto per far cadere il sale. Un po’ per la sete dovuta a tutto quel sale e un po’ perché i migliori clienti erano gli osti, il vino inevitabilmente abbondava, creando spesso non pochi problemi. Molti cominciavano da ragazzi, già verso i dodici anni: si cercava così di non essere di peso per la famiglia, ma non sempre per tutti il guadagno finiva col coprire le spese.
Per alcuni fu l’inizio di una fortuna: più intraprendenti, scaltri o fortunati, ebbero modo di dar vita a dei veri imperi economici con numerosi dipendenti e aziende tutte loro di lavorazione del pesce, addirittura in Spagna.
Nel secondo dopoguerra, la maggior parte abbandonò definitivamente il paese d’origine, e scese in pianura per dedicarsi esclusivamente al commercio. Non più il carretto, ma mezzi a motore, via via più comodi e attrezzati. Ancora oggi è possibile trovare qualche acciugaio originario della Valle Maira tra i banchi del mercato, ma sono sempre meno. Era ed è un lavoro duro, così pochi figli hanno continuato il mestiere dei padri: grazie al benessere economico raggiunto hanno preferito dedicarsi a impieghi che prevedono la cravatta. Molti di quelli che non hanno abbandonato la via percorsa da generazioni sono ora titolari di supermercati o luccicanti negozi...
Un umile pesce, una valle alpina, tanti uomini tenaci: una storia che non deve essere dimenticata.

tratto dal libro "L'Acciuga nel Piatto"
Diego Crestani - Roberto Beltramo
casa editrice I Libri della Bussola





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Ingredienti:

3 etti di acciughe sotto sale
2 etti di prezzemolo
1 spicchio d’aglio
Mezzo bicchiere di olio extravergine d’oliva
40 gr di pane raffermo
Aceto di vino bianco q.b.

Procedimento
Dissalate le acciughe sotto l’acqua corrente,  apritele delicatamente in due e togliete la lisca. In un piatto fondo mettete dell’aceto bianco e immergete le acciughe per qualche secondo. Scolatele e asciugatele bene con carta da cucina.

sabato 15 aprile 2017

Fritto misto alla piemontese - fritura mës-cia

E’ una delle ricette più famose dell’albese, la sua caratteristica è quella di essere non solo particolarmente assortito e abbondante, ma di riunire sia il fritto salato sia quello dolce. Va consumato caldissimo e ben asciugato. Anche questa ricetta ha molte versioni casalinghe che aggiungono altri ingredienti come costolette d'agnello, funghi, cavolfiori ecc.



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Ingredienti per 4 persone:

4 bistecchine di vitello
4 fettine di fegato,
2 etti di schienali di vitello
4 polpettine di carne macinata
1 cervella
4 pezzi di salsiccia
4 amaretti
4 prugne secche senza nocciolo
50 gr di Parmigiano Reggiano grattugiato
4 uova
Pangrattato q.b.
100 gr di farina
1 bicchiere d’olio extravergine d’oliva

Per i semolini dolci 


125 gr di semola
50 gr di zucchero
½ lt.  di latte
1 uovo
30 gr di burro
La scorza di un limone non trattato

Procedimento

Innanzitutto preparate il semolino per la frittura dolce.
Portate ad ebollizione il latte con lo zucchero e la scorza del limone grattugiata, unite il semolino a pioggia amalgamando con la frusta per evitare grumi e fate cuocere per 5 minuti o finché diventa sodo. Togliete dal fuoco, lasciate appena intiepidire poi unite il burro, un uovo e amalgamate tutto. Versate il semolino su di un piano da lavoro, livellatelo a 2 cm di spessore e lasciatelo raffreddare completamente, poi tagliatelo a losanghe.